IL PIACERE  DELL'AFFABULAZIONE

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Recensione

 

Sotto i cieli blu degli Erei è la prima raccolta di racconti di Pino Bevilacqua, che finora si era dedicato prevalentemente alla poesia, pubblicando cinque sillogi, Convito di ninfe, Erba e pietre, Fra cielo e mare, Ad un passo dalla luna, Stagioni, che sono entrate a far parte del panorama letterario siciliano, e un saggio, Di quest’antica terra, dedicato alla sua città, Piazza Armerina. L’opera riunisce dodici racconti piuttosto ampi, alcuni dei quali possono essere considerati dei romanzi in miniatura sia per l’estensione, superiore a quella della narrazione breve, sia per la maggiore complessità dell’intreccio. Ogni racconto si apre con una breve citazione che ne coglie e sintetizza il tema di fondo e con un titolo, musicale e poetico, costituito da un enunciato estrapolato dal racconto stesso: Sono qui per questo, Scendeva il buio a poco a poco, Nell’aria aleggiava un ritornello, Un alito di fremente quiete e così via.

Elemento caratterizzante dell’opera non è soltanto la narrazione in senso stretto quanto piuttosto il gusto della descrizione e della riflessione. Attenta e acuta l’analisi dei personaggi, ognuno dei quali si interroga sul senso della vita e sui valori ai quali intende ispirarsi, ampie ed efficaci le descrizioni dei luoghi e le rievocazioni di eventi storici o di antiche leggende e tradizioni: il Palio dei Normanni, le tradizioni del Natale, la festa di Maria delle Vittorie. Spesso il filo del racconto si interrompe per lasciare spazio a squarci storico-descrittivi che riguardano direttamente Piazza Armerina, luogo in cui sono ambientati tutti i racconti, indirettamente la storia dell’intera Sicilia. Si passa così dalle antiche leggende che spiegano l’origine di nomi e consuetudini del territorio, alla dominazione arabo-normanna, agli eventi della seconda guerra mondiale, agli anni del dopoguerra segnati dal dramma dell’emigrazione. Man mano che si procede dai tempi più lontani a quelli più vicini, muta il tono che da lirico e fiabesco si fa più realistico, senza mai abbandonare la peculiare cifra stilistica dell’affabulazione meditativo-descrittiva.

Il primo racconto, che si intitola Come in un sogno, narra, utilizzando tematiche e funzioni tipiche della fiaba, la storia del giovane Corrado che, dopo la morte del padre, lascia tutti i suoi beni alla sorella e se ne va in giro per il mondo con una capretta e un flauto, vivendo di poco e godendo della bellezza di quei luoghi dove hanno avuto origine alcuni dei miti più significativi della cultura occidentale, da quello di Cerere e Proserpina a quello di Ercole e Iolao. Un giorno egli giunge al castello di un duca normanno gravemente malato. Col suono del suo flauto riesce a guarirlo e ne sposa la figlia, Elisa. Fedele ai suoi principi, rinuncia però all’eredità del duca e preferisce vivere in un piccolo feudo donatogli dal suocero nel quale alterna la meditazione e il lavoro e si impegna a migliorare la vita dei suoi sudditi.

Solo alla fine scopriamo il senso della fiaba, che ha la funzione di spiegare l’etimologia del nome di una contrada di Piazza Armerina: la Valle di Leano, dove Leano è la corruzione di Leandrus, “uomo delicato”, nome attribuito a Corrado per la sua delicatezza e affabilità. Alla fine del racconto l’autore, ricorrendo all’espediente del manoscritto ritrovato, comunica al lettore che questa storia, giuntagli attraverso i racconti sentiti da bambino, era scritta in un libriccino di pergamena dal colore giallo come la mimosa, custodito gelosamente per lunghissimo tempo nell’eremo di Leano. Esso era formato da diversi capitoli, scritti da vari autori in un arco di tempo compreso fra il XII secolo e il Novecento inoltrato. Questa dichiarazione, che racchiude e anticipa la struttura dell’intero libro, sembra voler sottolineare da un lato il legame con la tradizione orale a cui per certi versi l’opera si ispira, dall’altro l’intenzione di ribadire la validità di quegli intenti morali incarnati da Corrado ed Elisa ai quali alcuni dei personaggi sono uniti, oltre che da affinità elettive, anche da legami di sangue, come Lorenzo, il giovane protagonista del secondo racconto, che viene presentato come discendente di Corrado, l’uomo che aveva dato il nome alla Valle di Leano.

Uno dei temi ricorrenti nella raccolta è l’amore, colto nelle sue molteplici sfaccettature: da quello adolescenziale, presentato con estrema delicatezza nei suoi turbamenti e nel suo pudore nel racconto Com’era stato dolce quel bacio, a quello coniugale fatto di complicità, rispetto, tenerezza, profonda intimità, dolci abitudini di vita quotidiana, che si incarna nelle coppie di Luciano ed Elsa e di Tommaso e Graziella del racconto Un alito di fremente quiete, a quello passionale, in cui si alternano dolorose separazioni e ore dolcissime e struggenti rubate alle dure leggi degli impegni e dei doveri, che percorre la storia di Guglielmo e Adele, protagonisti del racconto Scendeva il buio a poco a poco, uno dei più riusciti dell’intera raccolta, fino all’amore ritrovato, che può sfociare nel lieto fine, come nel racconto Sono qui per questo o rivivere solo nel ricordo, accompagnato dall’amara consapevolezza di non poter ritrovare il tempo perduto, come in Molto tempo dopo.

Va a questo proposito sottolineata la capacità dell’autore di far emergere i sentimenti spesso in modo indiretto e allusivo attraverso la messa a fuoco di particolari apparentemente insignificanti nei quali però i protagonisti sanno cogliere messaggi profondi e autentici: ne è un esempio la graziosa scultura di legno raffigurante l’abbraccio di due innamorati descritta nel racconto Sono qui per questo la cui vista fa capire a Stefano che la sua Giulia continua ad amarlo, nonostante egli tanti anni prima l’abbia abbandonata, incapace di assumersi le sue responsabilità. Nel momento in cui, spinto dal rimorso che, come recita l’esergo di apertura, come una talpa scava nel profondo l’anima di chi ha commesso un grave sbaglio, torna da lei pentito, timoroso ed emozionato, gli basta vedere quella piccola scultura per sentirsi rasserenato. Era stato il suo primo regalo a Giulia, del quale lei si sarebbe liberata, gettandolo nel fuoco del camino, se un giorno non lo avesse più amato.

Un altro tema dell’opera è l’allontanamento dalla propria terra che si accende di sfumature ora positive ora negative e offre lo spunto per una disamina dei mali atavici della Sicilia, colti con un’amarezza e una lucidità che richiamano la pagina del Gattopardo in cui Tomasi di Lampedusa stigmatizza il “sonno dei siciliani”. Il protagonista del racconto Molto tempo dopo, tornato dopo lunghi anni nel suo paese, appena sceso dal treno osserva stupito l’abbandono che traspariva dagli uomini e dalle cose, come se tutto fosse immerso in un sonno profondo. Una coltre di noia, rassegnazione, squallore, apatia e superficialità immobilizza il paese semideserto, le case svuotate dall’emigrazione, i poderi incolti. Il presente è ben diverso dal passato che egli custodisce gelosamente nella sua memoria: Ogni cosa era diversa da come l’aveva conosciuta, e di certo era destinata a cambiare ulteriormente sotto i duri colpi del tempo.

Ma non è solo questo il volto della Sicilia che emerge dalle pagine di Pino Bevilacqua; c’è un’altra Sicilia fatta di duro lavoro, ma anche di dignità e solidarietà: è la Sicilia dei minatori, rappresentata in uno dei racconti più intensi del volume, Nelle viscere della terra, in cui si possono cogliere echi verghiani e pirandelliani. Siamo negli anni difficili del dopoguerra, quando A fronte di un modesto salario, di un fascio di legna e di un paniere di frutta, i braccianti dovevano faticare duramente dall’alba al tramonto, tutti i giorni della settimana, […] e si rischiava l’emarginazione a non chinare il capo, o ad iscriversi ai partiti politici che propugnavano la lotta di classe per difendere i propri diritti.

La mancanza di prospettive della vita dei campi fa apparire una risorsa da non lasciarsi sfuggire persino il lavoro in miniera che il giovane Luigi accetta con dolorosa rassegnazione, ma anche con forza e dignità. La descrizione della sua discesa nel ventre della solfara e della successiva risalita sotto il peso insopportabile del carico di zolfo, che il ragazzo vive intensamente nel sogno prima che nella realtà, ha il sapore di un’iniziazione alla vita e segna l’ingresso nel difficile mondo degli adulti, che Luigi, dopo l’iniziale smarrimento, affronta con coraggio grazie soprattutto al sostegno del padre che gli offre la speranza di un futuro migliore: Non dovrai restare sempre in miniera, troveremo il modo, un giorno! Nonostante la durezza del lavoro, il giovane riesce a cogliere nella miniera la presenza di Dio che si manifesta attraverso la vastità e la forza della natura, mentre la nenia intonata dal padre e la serena e consapevole accettazione della fatica gli rendono più agevole il lavoro. Quella che si respirava laggiù era una strana calma non turbata da nulla. A Luigi sembrò che lo zolfo si staccasse meglio dalle pareti se suo padre cantava. Anche lui ebbe l’impressione che la cesta di vimini fosse più leggera se non malediceva la fatica che doveva sopportare. Sebbene i pericoli fossero sempre incombenti, tra quei meandri profondi si avvertiva una scaturigine di forze primordiali che nonostante tutto sapeva di vita, sapeva di Dio.

Emerge da questo come da altri racconti un quadro ricco e intenso della Sicilia più interna e autentica, un luogo dagli spazi sterminati e dai colori cangianti, a cui si alternano paesaggi lunari e colline calcinate di gesso, una terra in cui la natura appare ancora viva e presente, dove resistono gli antichi valori e dove le tradizioni continuano ad essere mantenute e rispettate non per scopi turistico-folkloristici, ma perché fanno parte del patrimonio e dell’identità dell’intera comunità.

A questo mondo e a queste tradizioni, a questo patrimonio di miti e storie vissute attinge l’autore, convinto com’è che l’essenza dell’ uomo è la stessa sotto tutti i cieli e in qualunque epoca e che l’affabulazione è sempre stata un mezzo straordinario per risvegliare le coscienze assopite e far comprendere l’importanza dei valori più autentici meglio di cento discorsi astratti.

Pino Bevilacqua ha il dono di un eloquio fluido ed elegante che ammalia il lettore e, attraverso un equilibrato dosaggio di semplicità e ricercatezza, realismo e liricità, costruisce storie che ci trasportano nel mondo “altro” della letteratura in cui, attraverso la finzione e grazie ad essa, l’autore attinge l’essenza profonda della vita dell’uomo e della società.  

Mariella Sclafani