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 frecciamia

 

 

Dal volume "COME UNA VOCE"

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 Il volo inesorabile

 

1

Non ci sono verità assolute, ma flebili segnali scarsamente intellegibili che solo possono aiutarci a capire ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. Le nostre povere forze sono poca cosa se paragonate a quelle di un campo di grano che nasce da un pugno di chicchi e si difende strenuamente dai rigori dell’inverno. Nell’uomo è insopprimibile il desiderio di gioire e di far dono di sé, per quanto spesso si lagni del fardello che vivendo è costretto a portare sulle spalle. La noia, il rimpianto, il dolore, le amarezze quotidiane sono sbuffi ineluttabili che tracimano senza posa dal nostro breve tempo terreno. Oggi il tramonto ha un colore diverso e il sole - che ha avuto fretta di andare a illuminare altri mondi - mi fa sentire vana la ricerca di cose impossibili da realizzare: meglio è desiderare ciò che si ha ed essere sereni! Se vogliamo rinascere a nuova vita, dobbiamo imparare a morire a noi stessi, ancor prima del volo inesorabile che di sicuro un giorno ci attende!

2

Se stasera d’improvviso da questi monti incanutiti affiorassero folletti o una masnada di elfi mi rapisse sulla luna, non stupirei più di tanto giacché l’hic et nunc mi ha svuotato di ogni intenzione. Tutto è così superbamente bello qui, ma nessuna cosa osa vantarsi della sua bellezza. Ogni cosa però è anche dolorosamente mortale, e già il piombo incalza l’oro fuso che pare scomparire nel nulla: il cambiamento è un pungiglione acuminato che può fare soffrire se non si sa come trattarlo! Già un po’ di viola si sparge tra le nubi, ancora un soffio e il sole varcherà il crinale. Spifferi umidicci annunciano l’arrivo della sera, che col suo manto scuro ogni cosa agli occhi nasconde. “Ma tutto questo è nascere o morire?” ancor m’interroga la voce interiore che affiora dalla caverna secreta del core, per poi continuare a sussurrarmi: “In realtà i segni della nascita e della morte si confondono tra loro: chi può dire di saper distinguere con certezza fra essi? Vivere è anche morire ogni giorno un po’ di più. La morte, tuttavia, deve essere una lunga attesa, giacché nemmeno lei sopporta un mondo privo anche di una sola vita!”. Il cielo è così profondo e così aperto. Sporgendomi dalla rupe cerco di seguire il volo di uno sparviero che veleggia su un costone punteggiato di ginestre. E’ salendo sempre più in alto che si può provare a essere felici!

3

Quello che perdiamo restando ancorati alle visioni abituali delle cose, non sarà facile riottenerlo. Come uscire dal serraglio pieno zeppo di fiori inesistenti? Che cosa siamo disposti a offrire in cambio di una vita che non muore? Frastornato dalle difficili domande, alzo lo sguardo verso la prima stella della sera, che incorona la luna in un occaso di cristallo. E senza che me ne avveda, Venere e luna afferrano il grano di terra in cui sono abbarbicato e lo trascinano nelle praterie di stelle luccicanti, dove il cielo è così trasparente che sembra levigato dalle mani pazienti di un fanciullo mai stanco di giocare col firmamento. Una varietà di toni – dall’azzurro al turchese – si offrono alla mia ammirazione che li trapassa da parte a parte, come se i miei occhi fossero un fioretto acuminato. Quando una nuvola passeggera interrompe quella tavola di colori – macchiandola qui e là di un bianco lattescente – pronta la mano del fanciullo riprende alacremente a levigare, per sgombrare quegli sbuffi che impediscono ai miei occhi di andare oltre e a una fila di cicogne il cammino verso l’agognata meta. Fin dalle origini del tempo, questo luogo d’incanto iridescente - plenitudine perfetta d’ogni cosa esistente - brama di riascoltare ogni voce d’uomo che è risuonata sulla terra, perché mai fra l’uno e l’altro il filo s’interrompe!

 

* In via di pubblicazione