Poesia e infanzia

Poesia e infanzia r

Per il bambino ‘le cose’ non sono ‘le parole’ ma i rapporti reciproci di queste, sono effetti del suo mondo intimo e della sua capacità di creare. Proprio in questo risiede la sua straordinaria attitudine ad essere poeta. Dunque, nella poesia si deve dire, ristabilire il legame tra parole e cose, e non semplicemente e meccanicamente ripetere i nomi ormai svuotati della tradizione. In questo modo si scopre qualcosa che sfugge ad uno sguardo superficiale. Il bambino, in grado fin dai suoi primi balbettii di organizzare i foni in strutture ricorrenti nelle quali rime e ritmo sono armonicamente intrecciati, sa vivere con naturalezza l'esperienza diretta della realtà che sta oltre il mondo dei concetti: solo allora l'incomprensibile si fa chiaro e trasparente. E chi, più di un bambino, più di un artista quando crea, possiede quella trasparenza?

La poesia del colore Poesia e infanzia r Una rocca nel bosco r Spazi turchini r Dell'anima e della memoria r Tra impegno e poesia1

 

Frammenti

Nel linguaggio poetico “le parole sono unicamente bolle d'emozione, segni che non trasmettono nulla, ma che tuttavia hanno l'infinito potere di generare un'emozione”. Ma poi, come in una reazione a catena, le emozioni generano gioia, sostanza del creato ed essenza di Dio e dell'uomo. In questo risiede la dignità e la potenza del linguaggio poetico, che non trasmette ma genera una realtà. La poesia, per tutti, ma ancor di più per il bambino, è dunque esperienza in sé ed insieme soddisfazione dell'esperienza.

Stardust

"Qualche volta, / hai ancora provato a salire su una giostra / e girando girando, allegro e spensierato, / hai sentito liberato il fanciullo che è in te / a cui piace saltellare sopra un cavallo finto / di finto argento tinto?".  

 

POESIA E INFANZIA


Per ogni uomo è esistita un’età d’oro: l’età in cui, bambino, ha visto il mondo trasfigurato dal candore e dalla fantasia. Naturale premessa all’esistenza di adulti, quell’isola di grazia e di gioia rimane sempre viva in ciascuno, e contin a, nonostante il tempo, a rappresentare il caldo grembo dei sogni e degli incubi che sono l’origine di qualsiasi sentimento e creazione. Pertanto, bisognerebbe scendere fino in fondo alla miniera dell’infanzia per trovare l’essenza di una realtà diversa e più ricca di quella che percepiamo, oggi più che mai, considerata la perdita di ideali e di valori antichi, causa principale di una cieca fede nella religione dell’esteriorità.

Nella vita quotidiana, noi adulti usiamo abitualmente la conoscenza concettuale nel tentativo di spiegare la realtà, diversamente dai bambini che spesso ci sbalordiscono con fantasiose sintesi di saggezza e creatività. Infatti, c’è in loro un’attenzione speciale, una penetrazione intuitiva rivolta agli oggetti amati e ai fenomeni naturali, che li guida verso una comprensione preter-razionale degli stessi. Così, quegli oggetti e quei fenomeni finiscono per irradiare una luce magica, frutto della consapevolezza surrealistica che dietro la superficie delle cose si cela una realtà più profonda. Il cielo è grigio, solo pochi raggi di luce illuminano le gocce che scendono sottili… Si formano pozzanghere dappertutto... Una musica dolce si sente sui tetti e luccicanti stille trinano le foglie degli alberi ebbri di quelle ‘lacrime di cielo’.

Appoggiato ai vetri di una finestra, tutto assorto, un bambino guarda fuori. Quasi smette di pensare a se stesso, forse pensa come pensa la pioggia, diventa pioggia: Io piovo, io sono la pioggia!, sembra volerci comunicare col suo visino consapevole e raggiante di calma. Forse, nel puro vuoto dell’assenza di concetti egli concepisce l’inconcepibile e comprende veramente la pioggia come interazione di un fenomeno naturale con il proprio sé. Dopotutto, comprehendere significa prendere qualcosa e diventare uniti con essa. Noi siamo quello che scegliamo di essere. E quanto più siamo liberi da teorie e concetti, tanto più ci possiamo sentire cielo, mare, pioggia, fiore. “Ma se il mare o le montagne sono troppo lontani, possiamo sedere sotto l’ombra di un tiglio respirando tranquillamente e dolcemente: il mare e le montagne allora entreranno in noi”. Se siamo consapevoli, ogni cosa può diventare noi stessi: Io piovo, io sono la pioggia! E, da grandi, noi finiamo con l’indagare ciò che ci ha meravigliato da bambini. In fondo, non c’è nessuna discontinuità tra le diverse età. Diceva Ungaretti: “Nella mia faccia invecchiata è contenuta la mia faccia di giovane e la mia faccia di bambino”. Poi, per tutti, viene il tempo in cui bisogna lasciare ‘il giardino dell’infanzia’ e aprirsi alla vita operativa.

Ci impegniamo nella realizzazione di obiettivi economici e professionali ma ugualmente avvertiamo che un segmento importante della nostra esistenza precipita in una insoddisfazione sorda, dovuta a rinunce, conformismi o frustrazioni. Pertanto, o sprofondiamo sempre più nella spirale del quotidiano o proviamo a superare l’irrequietezza esistenziale ridiventando veggenti e creandoci un mondo poetico, simile a quello che avevamo da bambini, che ci sottragga alla spietata irreversibilità del diagramma spazio-tempo. In questo senso, tutta la poesia è infantile nello sforzo di uscire dal cerchio dell’inesprimibile.

Ma assistendo allo scorrere della nostra vita senza riuscire a fermare il corso degli eventi, che cosa ci spinge a tentare l’esperienza ‘assoluta e inutile’ della poesia? Come le più alte attività umane, la poesia è una di quelle considerate inutili dal punto di vista della produzione di qualcosa di tangibile. Ma, al tempo stesso, è efficace per ciò che ci restituisce in termini di conoscenza. Allevia l’inquietudine esistenziale, colma il cuore di doni e lo fa crescere: “Solo l’uomo è la voce di tutto il creato proprio quando poeta o artista”...
 

Pino Bevilacqua