frecciamia 

Dal volume "COME UNA VOCE"

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 Quel mezzo sorriso

 

1

Come sospeso tra due mondi – tanto minuto uno, quanto vasto l’altro – il sole nascente ammalia a tal punto il mio sguardo che non riuscendo a distogliersi mi suggerisce: “Può il fulgore di un’alba estiva generare tale rapimento?”. A guisa di uno scintillante nastro d’acqua, che zampilla dallo spacco di una pietra, tra ciuffi arabescati di capelvenere e ronzanti moscerini, fiotti lucenti del mio mondo intimo si spargono tutt’intorno alle rive musicali del fiume mormorante in cui, quand’ero piccolo, mia madre mi diceva sempre: “E’ proprio in una gora del Leano che un bel giorno di giugno tuo padre ti ha trovato, mentre eri beatamente cullato dallo sciabordio dell’onde e il gorgheggiare dei merli”. Oh, che attimo di profonda beatitudine sto provando, frattanto che rivivo la mia metamorfosi da bruco a farfalla ancora in pieno svolgimento, cosciente del fatto che il mio corpo ha perso sì di vigore ma la mia mente può portarmi ai confini dello spazio e del tempo, dove incessante pulsa il soffio della vita che ogni giorno germoglia in miriadi di forme. Da tanta bellezza circondato, vagano senza stancarsi i miei sensi avidi di conoscenza qui e là posandosi: sulla falce di luna ormai sbiadita e lo stagno brulicante di vita, sul mulino ad acqua e i gigli sui muretti, sugli aceri fruscianti e il cinguettio di una cinciallegra sopra un ramo di ciliegio: splendido arazzo di suoni e di colori che per sempre vivranno in me com’io vivrò in loro.

2

Com’è diverso questo ameno tratto della valle dall’altro, consueto e un po' monotono, in cui poco fa saettavo come un dio fra cielo e terra sempre in viaggio! Non praterie sconfinate ma minuscole calette, una appresso all’altra incastonate, come i grani di un rosario, nella breve ansa del fiume dove si affacciano guglie di quarzite simili a cattedrali gotiche. Anche negli angoli più remoti dei dirupi rocciosi crescono erbe profumate, che fondono i loro olezzi a quelli delle alghe che tracimano dalle riviere mormoranti. E mentre del chimerico luogo odo il respiro regolare, mi sento tirare da una mano possente che mi svelle, come uragano svelle un alberello non ancora ben piantato nel grembo della terra. Dal mio inconscio erompe allora prepotente l’intuizione sul nesso e sull’intreccio che legano luoghi, storia e memoria personale, a cui sorprendentemente fa seguito il nitido ricordo del detto di un famoso filosofo e umanista4: “Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Nell’uomo nascente il Padre ripose semi d’ogni specie e germi d’ogni vita. E a seconda di come ciascuno li avrà coltivati, quelli cresceranno e daranno in lui i loro frutti”. Poi quella mano via via si ritrae e a poco a poco ritorno alla realtà con scarsi ricordi dell’accaduto, come un bambino che vuole dimenticare i rimproveri della madre per ritornare a giocare con lei. Tirando quindi un sospiro di sollievo, il mio sguardo accoglie due scriccioli che piroettano e garriscono felici nell’aria resinosa del roveto. Sfolgoranti di sole e frementi sullo stelo, il vento mi avvicina sotto mano un rametto di more che colgo sveltamente per gustarne la fragranza. Allora quel mezzo sorriso, che nell’autunno della vita spesso s’affaccia, mi s’imprime sulle labbra: prezioso sigillo dell’età matura che ogni uomo nascendo riceve in dono.

3

Ormai prossimo alla sua foce, il Leano scorre serpeggiando quasi a voler dare spettacolo di sé ai maggesi e ai dirupi che assistono divertiti. Perfino l’erba è piena di attese, desiderosa che la recita continui, ma è l’intero paesaggio ad essere come sospeso in un eccentrico e incantato stato di gioia. A volte la felicità intorno a noi è talmente palpabile che, pur non aspirandovi, ci accorgiamo piacevolmente di farne parte, specialmente se siamo raccolti in portamento umile e silenzioso e ardiamo dalla passione di comprendere. È in momenti così che anche noi aneliamo a effondere quei dardi primordiali di luce da cui abbiamo preso forma e sostanza, come la effondono i prati, le bacche lucenti, i giacinti selvatici, le foglie e i rami dell’edera che s’attaccano ai tronchi in cerca di aria e di luce. Quando ci accade qualcosa di simile, è perché dalle profondità della nostra anima sale come una voce che ci esorta: Tat twam asi, “quello sei tu!”. Nell’accademia della solitudine le mie dita sfiorano i tasti di un pianoforte ideale. Beatamente appoggiato ad un faggio rivestito di muschio, fisso un gregge di pecore al pascolo nel vallone, ascolto il verso stridulo di una civetta, mi allieto alla vista di due colombi che s’abbeverano e guazzano in una rustica fonte, seguo in cielo la scia cilestrina di un jet che sfreccia veloce verso ponente. Nessun moto turba il fiume sparpagliato di monete d’oro e d’argento. Con ripetuti uggiolii, mamma volpe suona la ritirata ai suoi volpacchiotti che 93 scorrazzano nella radura. In questo tempio di bellezza, per un attimo interminabile, pure la mia anima brilla immacolata, come la luna piena che in tutto il suo fulgore sorge all’improvviso dal monte fattosi scuro. 94