frecciamia 

Dal volume "DI TANTI SOSPIRATI SOGNI"

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Grazie per ciò che sei stato

Dal settimo racconto

 

Quell’anno l’estate fu precoce, già gagliarda di sole e rumorosa fin dai primi giorni di giugno. Uomini, donne e bambini si affrettavano a completare i lavori abituali per avere più tempo di stare assieme la sera. Era il mese delle ciliegie e delle albicocche, quando i panieri di salice e di canne intrecciate si riempivano di ortaggi genuini e gli attrezzi per la mietitura venivano tirati fuori dalle rimesse: le falci, le lime triangolari, le pietre mole, i ditali di canna, i camicioni di tela grezza. Nella raccolta del grano i contadini riponevano gran parte delle loro speranze, per racimolare un buon guadagno che li ripagasse dei sacrifici fatti durante l’interminabile annata agraria.

Muoveva a tenerezza la vista di don Lucio seduto nell’aia a godersi quel caos orchestrato che animava i suoi campi, con quel viso smagrito e le mani nodose che spuntavano dalla camicia a quadri. Accanto a lui Fiorella, ormai diventata la sua ombra, intenta a lavorare a maglia “con un occhio solo”. Il vecchio pensava spesso a suo figlio, così diviso fra Roma e il paese. Ma Tullio che poteva farci? Per nessuna cosa al mondo sua moglie sarebbe venuta a vivere a Piazza, senza dire di Niccolò che, preso dai suoi studi e non volendo lasciare il suo mondo, ora come ora mal sopportava l’idea di trasferirsi in Sicilia. Ogni giorno di più don Lucio perdeva le forze e sosteneva di sentire delle voci, mentre Fiorella lo ascoltava paziente: «Mi chiama sempre! Ieri pomeriggio, mentre sonnecchiavo sotto il nespolo, mi ha svegliato due volte. Mi sa tanto che egli comincia ad approfittare ora che non posso controllare più di persona».

Si riferiva all’amministratore, che gli chiedeva questo e quest’altro. E ancora soldi per quei maledetti argini che la piena del Leano aveva travolto. Ma don Lucio era sicuro che quel figlio di buona madre dell’avvocato Azzolina imbrogliava. «Questa notte ho sognato mia moglie», disse un giorno ad Anselmo. «Scendeva dal cielo.Era molto bella. Aveva gli occhi grandi e un sorriso luminoso. Le ho anche dato un bacio, e le ho donato una rosa rossa. Chissà se l’ha gradita. Con trepidazione mi ha sussurrato che mi aspetta con ansia. Ciò che voglio a questo punto della mia vita? Incontrare Erika è il mio sogno più grande. E stringerla forte tra le mie braccia, come facevo un tempo».

Poi, fermandosi un attimo per riprendere fiato, si addormentò come può dormire un bambino a un tratto, troppo stanco perché continui a giocare. Quando si svegliò, chiamò il contadino che trafficava nell’aia e gli chiese: «Era mio padre quello che mentre ero assopito mi ha accarezzato la fronte? Ieri mattina, in giardino, cose bizzarre mi ha confidato il vento. E il fiume mi par proprio che ha mutato il suo mormorio in canto suadente», riferì una volta al dottore che era venuto a visitarlo.

Il don sognò anche il suo cane, pure lui piuttosto malandato. E raccontò a Fiorella, tenendole stretta una mano, che scrutandolo attentamente, lo aveva sentito uggiolare come se piangesse. Nel sogno, gli riferì ancora, di intravedere un paesaggio splendido e sconfinato che si apriva in cielo al di là di uno squarcio d’azzurro tra le nuvole. Il vecchio avvertiva che stava per morire, lo disse lui stesso ad Anselmo e a Fiorella, chiedendo loro che informassero Tullio ma senza allarmarlo: «Tanto io l’aspetto, eviti quindi di precipitarsi a venire».

Quando spirò, era circondato da tutti i suoi cari. Il suo ultimo sguardo sulla terra fu sereno e sembrava già lanciato verso chissà quali remote lonta- nanze. Un definitivo, flebile respiro uscì dalle sue labbra, raccolte come quando si atteggiano per mandare un bacio a qualcuno. Dopodiché chiuse gli occhi per sempre. Oltre agli amici di una vita, al suo funerale c’erano quasi tutti gli abitanti della Valle di Leano, visibilmente commossi per la perdita di un uomo stimatoe rispettato sinceramente. Ognuno di loro aveva qualcosa da raccontare su di lui, che in tutti i modi aveva cercato di andare incontro alle loro esigenze. Dopo le esequie, Tullio e i più intimi salirono nel punto più alto della collina che sovrastava il “Grecale”, dove aprirono l’urna con le ceneri e rivolgendogli l’estremo saluto ognuno di loro sparse una manciata dei resti mortali del don nell’aria.

Era sempre stata questa la sua volontà, essere cremato, così come Pirandello: tornare polvere lo stesso giorno del trapasso. In tal modo egli rifluì nuovamente tra le pieghe del paesaggio che in vita aveva amato di più. Naturalmente toccò a Tullio fare un breve elogio della figura di don Lucio. Egli iniziò con queste parole: «Il problema fondamentale della vita è essere o non essere se stessi, mio padre è sempre stato se stesso. L’essenza di ogni uomo alla fine è nel suo nome e il nome di don Lucio Portera resisterà nel tempo e non si perderà facilmente».

Poi, via via che continuò a parlare, molte immagini della loro vita assieme gli risalirono dal fondo dell’anima. Negli occhi di Tullio scintillarono i suoi insegnamenti, riapparve la sua figura di uomo forte e radioso. E una miriade di visioni lo percorsero in ogni sua fibra, come una brezza marina in un giorno di calura, come una carezza amorevole, come un fremito di ardore e di dolcezza, come un monito a raccogliere l’eredità di suo padre e di non tradire mai se stesso per nessuna ragione.

Egli terminò con queste parole: «O Padre, grazie per ciò che sei stato!». Dopodiché richiuse l’urna con le ceneri rimaste e se la strinse al petto come un gioiello prezioso. Tutti gli intimi presenti si commossero e meditarono che il luminoso ricordo del vecchio Portera sarebbe rimasto indelebile nel loro cuore finché avrebbero vissuto. A cerimonia ormai finita il sole scomparve dietro le montagne. Ogni cosa si rabbuiò sfigurandosi progressivamente come se non esistesse più, mentre in quel medesimo istante, in un’altra parte del vasto mondo, ogni cosa si apprestava a risorgere baciata dalla luce rosata dell’alba.