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Dal volume "IL RITORNO"

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Quel maledetto venerdi

 Dal capitolo X

Quando Ludovico riaprì gli occhi, il sole era alto nel cielo e il soffitto della stanza gli apparve soffuso di una luce opalescente in cui nuotava senza posa un grosso moscone. Girando lo sguardo verso l’esterno del letto vide suo padre e sua madre circonfusi dal bagliore che proveniva dalla finestrella, rendendo ancora più candido il bianco dei loro capelli. Egli si sollevò e li fissò quasi fossero creature di altri mondi, mentre in testa gli si affollavano i ricordi delle ultime ore.

Nel momento in cui Alberto fu certo che il figlio davvero fosse sveglio e in possesso delle proprie facoltà, con voce rassicurante gli sussurrò: «È tardi, e certamente non avrai messo niente sotto i denti».

Per tutta risposta Ludovico guardò in direzione della parete dov’era appeso un orologio con le lancette spezzate. Voltandosi lentamente verso suo padre, gli chiese: «Che ore si sono fatte?».

«Le due del pomeriggio. Io e tua madre siamo qui da stamattina ma non abbiamo voluto svegliarti. Povero figlio, sarai molto stanco. Se sei qui, ci sarà pure una ragione. È la sorte che decide per noi, e spesso le cose vanno in modo contrario ai nostri desideri. A volte noi uomini ci sentiamo invincibili, ma in confronto alla potenza della sorte siamo paragonabili a moscerini chiusi in una bottiglia col tappo serrato che ronzano e ronzano invano».

Ludovico si turbò. E se qualcuno l’avesse spiato mentre era “Al Vecchio Mulino”?

Tuttavia non era questo il punto. Per ora gli bastava sapere che i suoi genitori erano lì, finalmente qualcuno con cui poter parlare. Gli rivelò che durante la notte aveva sentito come un vocio concitato di gente intorno al casale, meno male che dentro era tutto buio.

«Tu non hai udito nulla, con un tempaccio così solo i lupi avranno vagato per i campi. Ti abbiamo portato da mangiare, io e tua madre abbiamo pensato che avresti avuto fame».

«Ma come sapevate che ero qui?».

«Questo è il posto in cui ti rifugiavi da bambino quando combinavi una marachella e il nonno ti cercava per suonartele. Ti sei forse scordato che un tempo anche questo piccolo podere abbandonato era nostro? Non avendoti visto arrivare, abbiamo pensato che potevi essere qui».

«Sono stata io a mettere in testa quest’idea a tuo padre», ammise Erminia accarezzandogli una guancia. E, guardandolo con occhi lacrimosi, si chiese: «Perché doveva succederti tutto questo, figlio mio!».

E lo sventurato, ancora agitato, domandò: «Mamma, non capisco a cosa ti riferisci».

«A niente, a niente! Hai la faccia distrutta, pure se hai dormito a lungo. Ti ho vegliato come quando da bambino smaniavi per la febbre troppo alta. Nel sonno hai anche parlato ma dicevi cose incomprensibili, a parte un’unica frase che avesse senso compiuto: ‘Ma io non volevo... come ho potuto... è stato lui a provocarmi... non era mia intenzione arrivare a tanto’. Anche se non sei nato da me, ti ho talmente desiderato che del tuo cuore so tutto dal modo in cui sospiri».

Asciugandosi gli occhi bagnati di lacrime, Ludovico esclamò: «Mi hai dunque osservato mentre dormivo? Sono forse tornato a essere un bambino?».

Dolcissima, Erminia continuò: «Nessuna madre sopporta di vedere soffrire il proprio figlio, ma se questo succede, è disposta a battersi a costo della sua stessa vita; una madre lo stringe al petto, facendogli scudo col suo amore, per cercare di proteggerlo da ogni pericolo, fosse egli anche un re o un condottiero valoroso che ha conosciuto l’amarezza della sconfitta. Non è bene che tu cerchi di sottrarti alla realtà, affrontala piuttosto. Mettere la testa nella sabbia non ha mai aiutato nessuno a risolvere i propri problemi».

 

 

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