LA NARRAZIONE COME VIAGGIO DI FORMAZIONE

Ricercare il senso dell’abitare “Sotto i cieli blu degli Erei"

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Recensione

Il racconto […] possiede un indubbio valore formativo poiché collega, attraverso la logica del comprendere, cultura (Erfahrung) e vissuto soggettivo (Erlebnis). Il racconto, oltrepassando sempre il narrare del proprio agire, revocandolo in dubbio, decostruendolo e reinterpretandolo in direzione di un’ottica critico-ermeneutica, non relativizza la fragile individualità del singolo. Il racconto non produce una soggettività esasperata e narcisistica […] il suo valore risiede nella ricerca, nella ri-conquista e cura del proprio sé che getta una luce nella frantumazione dell’identità liquida e opaca della società postmoderna. (A. Tigano, Autobiografia e tradizione in H.G. Gadamer. Sciascia, Caltanissetta 2009, p. 131).

La narrazione permette di integrare eventi molteplici che sono propri dell’esistenza umana. Il suo valore formativo risiede nella possibilità di cogliere l’amicizia tra la propria storia individuale e l’alterità storica che la costituisce profondamente. Cogliere questo legame amicale significa ricucire i frammenti autobiografici della propria vita dentro un disegno più ampio e coerente. Nei racconti di Pino Bevilacqua, Sotto i cieli blu degli Erei (Qanat, Palermo 2014), tutto sembra accadere all’interno di questa cornice che richiama il modello ermeneutico ricoeuriano della narrazione (P. Ricoeur, Tempo e racconto, 3 voll., tr.it. di G. Grampa, Jaca Book, Milano 1986 e ss.).

I vari episodi svelano un duplice desiderio. Il primo nasce dall’esigenza letteraria dell’Autore di sottrarre il racconto dalla frammentazione degli eventi storici; il secondo rivela il bisogno filosofico dello scrittore di appropriarsi, attraverso l’azione narrativa, del suo desiderio di essere e di esistere. Lo stile letterario di Pino Bevilacqua diventa linguaggio dialogico, vivo e realistico che illumina l’umanità storica che abita Sotto i cieli blu degli Erei. L’Autore rinuncia alla parola dell’io egocentrico e narcisistico e nasconde con attenzione il dato autobiografico.

Gli intrighi narrativi dei dodici racconti, - accompagnati da un breve esergo poetico che ne sintetizza il senso e da eleganti illustrazioni artistiche di Angelo Scroppo -, vanno sempre al di là dell’esperienza autobiografica dell’Autore, il quale ha la capacità di aprire i suoi vissuti ad un intenso lavoro ermeneutico di interpretazione della vita di quegli uomini che ricercano il senso dell’abitare sotto i cieli degli Erei. È proprio questa attività ermeneutica che consente a Pino - e al lettore a cui si rivolge - di illuminare il suo chi esistenziale più profondo, le radici del suo vivere storico che dimorano dentro il linguaggio narrativo della propria temporalità esistenziale. L’Autore costruisce con il lettore un dialogo silenzioso. Complice.

Il lettore diventa compagno di strada dello stesso sentire del narratore. La narrazione coinvolge il lettore nella condivisione di una sorta di memoria affettiva o “involontaria” - come la definiva Proust - da cui emergono vissuti, luoghi, odori, atmosfere, volti, gestualità, metafore che appartengono alla memoria collettiva dei siciliani e dei piazzesi (tra queste la feste del triduo di Maggio armerino, la fiera di Piazza, la festa della Madonna delle Grazie).

Catturato dalla familiarità dell’intrigo narrativo il lettore scopre chi erano, cosa pensavano e come vedevano il mondo gli uomini e le donne della Sicilia del secondo dopoguerra, come conducevano le loro vite private e come su di esse hanno influito i grandi e piccoli accadimenti. Nei racconti sono, infatti, contemporaneamente racchiusi il tempo lungo della storia, con le sue contraddizioni, e il tempo breve della vita dei personaggi che, di volta in volta, assecondano o oppongono resistenza alle accelerazioni e ai cambiamenti del loro destino.

Nel primo racconto – “Come in un sogno” – colpisce la costruzione del contesto narrativo, un topos geografico ben preciso, ancora realmente esistente Sotto i cieli blu degli Erei, la contrada di Leandrus, il luogo dell’anima di Pino, delle sue origini e della sua innocenza, in cui tutto sembra accadere trasfigurando il senso della vita attraverso le varie sfaccettature dell’amore terreno, felice e contrastato, doloroso e segreto, sbagliato e intriso di rimorsi, orgoglioso e libero. La contrada - situata nella valle di Gibil-nur, (nome coniato creativamente dallo stesso Autore che nel glossario guida il lettore nella comprensione di molti vocaboli e luoghi geografici siciliani), è un luogo ricco di significati simbolici. È la montagna di luce “ancora oggi esistente nella cerchia di monti che circondano a meridione il paese di Piazza” (p.31)

A Gibil-nur l’Autore ha vissuto la sua infanzia ed è da qui che inizia il viaggio autobiografico di Pino, un viaggio che non è mai nostalgia di un passato che non c’è più, ma è, dialogo vivo con l’orizzonte storico della tradizione siciliana. Giocando con il suo passato l’Autore accompagna i suoi lettori alla scoperta delle diverse metafore dell’identità siciliana. Il viaggio, come in una favola, parte dal regno di Ruggero I il normanno e conduce alla Sicilia del secondo Novecento.

I protagonisti dei racconti di Pino sono tutti realmente esistiti, fanno parte dei vissuti dello scrittore anche se i nomi sono tutti di fantasia. Sono personaggi semplici e veri. Sono “persone e tipi esistenziali” consapevoli del loro destino. Ognuno di loro è autore e interprete della propria storia. I personaggi di Pino non sono i “vinti” della tradizione verghiana, poiché cercano di condurre il proprio destino verso la ricerca di una vita compiuta e felice. Tra i personaggi emergono due donne, Caterina, la “sarta più brava del quartiere Castellina” (p. 253), e Laura, la quale “era certa di non volere una vita fatta di finzioni, né di rigide convinzioni sociali solo per soddisfare la volontà dei suoi genitori” (p. 193). Metafore del coraggio e della libertà femminile sono capaci di emanciparsi dalle trappole dei matrimoni borghesi, in cui, spesso, si scoprono “mogli bisbetiche” e “mariti scansafatiche”, e scelgono un destino amoroso altro e diverso, libero dalle convenzioni sociali e fuori dagli schemi (p. 195).

I racconti esplorano le metafore delle “trasformazioni” - a volte anche drammatiche - dell’esistenza umana, situazioni-limite, nelle quali il lettore siciliano può facilmente riconoscersi. L’autore denuncia il tema del lavoro nella miniera (“Nelle viscere della terra”) e quello dell’emigrazione (“Nemmeno l’ombra di un dubbio”; “Finalmente la notte”). Questi racconti, realistici e descrittivi, ci restituiscono la fatica e i pericoli che “gli intimi meandri degli Erei”, “luoghi impossibili a volte ignoti agli stessi sogni” (p. 79), offrivano ai “carusi” siciliani (p. 80), i quali speravano di “cambiare la propria vita” e di diventare con un po’ di fortuna “un bravo picconiere, un arditore o un capomastro” (p. 82). Il realismo descrittivo della miniera di Floristella e delle esperienze di emigrazione ivi narrate ci aiutano a comprendere che gli uomini, attraverso le categorie dell’impegno e dell’ingegno (p. 99), hanno sempre la possibilità di pensare i loro sogni.

Sono due paradigmi che aprono alla speranza poiché gli uomini hanno sempre il diritto di affrancarsi dal destino non sempre felice dei padri. Il sogno, l’immaginazione e il coraggio sono, infatti, categorie umane capaci di sovvertire - sembra ombra di dubbio - destini segnati dall’infelicità. Sono vie che disalienano l’uomo. Aprono strade nuove e impreviste (p. 111), rivelano verità inattese (“Sono qui per questo”) e gli riservano la possibilità di “riconfigurare” in modo impensato e inatteso le proprie radici storiche (“Molto tempo dopo”). “Un’impressione a colori” è, invece, l’unico racconto in cui non ci sono personaggi. La protagonista è l’antica “fiera di Piazza [...] famosa in tutta la Sicilia” (p. 267). Istituita ufficialmente nel 1615, durava otto giorni, si svolgeva al piano Sant’Ippolito ed era dedicata alla Madonna delle Grazie. Il lettore avrà la sensazione di “vedere” il caos orchestrato della fiera, i suoni, i rumori, le luci e di essere trascinato dentro questo antico evento della tradizione piazzese. Il lettore entra dentro un familiare mondo narrativo assumendo il ruolo di spettatore.

Di fronte al riemergere di “figure sanguigne in movimento capaci di resistere nella memoria di quanti hanno avuto la fortuna di parteciparvi almeno una volta, soprattutto se da bambini” (p. 271) riaffiora quel che veramente emoziona. “Un’impressione a colori” restituisce il significato ontologico più profondo di “tutte le feste grandi e senza fine” che lasciano traccia nei vissuti individuali e collettivi dell’identità siciliana: “la felicità provata, la gioia sconfinata, le oniriche visioni, il bene assoluto (p. 271). Nella festa, direbbe Gadamer sulle tracce di Heidegger, c’è, infatti, il “soggiornare” dell’essere di una comunità nella sua temporalità. Una festa si celebra “solo perché c’è” (H.G. Gadamer, Verità e metodo, tr.it. a cura di G. Vattimo, Bompiani, Milano 2004, p. 157). È il punto d’incontro di tutti gli Erlebnisse degli spettatori, ovvero è l’incontro dei vissuti soggettivi di chi vi prende parte. Lo spettatore che assiste allo spettacolo della festa partecipa in modo autentico alla comunione sacrale che sta alla base del concetto greco di theōría. Theoros, come si sa, è colui che prende parte ad una delegazione invitata ad una festa. Il theoros è dunque lo spettatore che senza infingimenti “assiste” all’essere vero della festa e riesce, in tal modo, a dimenticare i propri interessi immediati, perché sta partecipando realmente alla contemplazione religiosa più profonda dell’essere di una comunità.

Ancora una volta, quindi, l’atteggiamento narrativo ermeneutico del nostro Autore offre ai suoi lettori la possibilità di fare esperienza di quella verità dell’esserci che si nasconde dentro l’autobiografia di ciascuno, che si ricerca e si dis-vela, a poco a poco. Narrandosi. È verità che si traduce in una maggiore consapevolezza della propria finitezza autobiografica e che si inserisce nel flusso infinito e dialettico di una coscienza storica collettiva.

Chi leggerà i racconti prenderà, quindi, coscienza della propria determinazione storica. Assumerà consapevolezza del proprio essere-nel-mondo, conoscerà i segni e i simboli che colorano e caratterizzano quella tradizione storica in cui si incarna la sua identità autobiografica, casualmente ‘gettata’ “Sotto i cieli blu degli Erei”. Dallo stile ermeneutico di questo narratore si dipanano itinerari esistenziali che consentono di trasformare i meandri dell’umano in esistenza interpretata. E lì si squarcia il senso dell’abitare nel mondo. Lì si lotta con l’interpretazione dello stare nel mondo. Lì si incontra la domanda per cui al mondo si è venuti.

Alessandra Tigano

 

 * Recensione pubblicata nella Rivista della Società di Storia Patria della Sicilia Centro meridionale - Anno I: N° 3 e 4 - 2015